Storie d'altri tempi [Barbara]

Oggi mi sento in vena di inaugurare una nuova rubrica, chiamiamola così. Cercherò di essere puntuale pubblicando una storia ogni giovedì, ma ora come ora non so se ci riuscirò. Ci toccherà scoprirlo insieme. Prima di tutto, comunque, è necessario un breve preambolo, siate pazienti.

Alcuni anni fa aprii una pagina internet dedicata alle storie dei miei lettori. Era una sorta di blog collettivo, un esperimento. Ogni utente poteva scrivere la propria storia a tema bondage, raccontando quel che voleva, che si trattasse di un ricordo lontano o una esperienza recente, o anche solo di una fantasia. L'unico limite era un certo buon gusto (detesto questo definizione, ma passatemela). La pagina ebbe un certo successo, devo dire, e negli anni in cui è rimasta aperta (quasi un decennio) ho raccolto una quantità impressionante di racconti. Alcuni erano di livello davvero alto, almeno a mio parere. Per molto tempo ho tenuto il backup di quella pagina ben conservato sull'hard disk, in attesa di decidere cosa farne. A volte me ne è stata chiesta un copia ma ho quasi sempre declinato. 

Ciò che intendo fare oggi (ed ogni giovedì, se ci riuscirò) sarà di sceglierne una in base a criteri tutti miei, e proporvela nell'esatta versione in cui è stata postata la prima volta; non correggerò gli errori né applicherò censure, farò solo dei tagli, se necessario e comunque dichiarandolo, eliminando le parti che dovessi ritenere più noiose.

Se avete richieste particolari, se c'è una storia che ricordate e vorreste rileggere, non esitate a chiedere e io cercherò di pubblicarla.

Voglio inaugurare questa rubrica con una storia di una di una lettrice che si firmava "Barbara"; le sue storie erano molto ben scritte e anche piuttosto eccitanti. Era una delle autrici di punta, piaceva ai lettori, piaceva a me, e ci regalava spesso autentiche perle di puro bondage al femminile. 

Tra le sue tante storie, ho scelto di cominciare con una sua fantasia, perché ricordo che fu la mia preferita. Il finale è aperto, quindi non chiedetemi se c'è un seguito. Non c'è. L'autrice ha voluto lasciarlo così.

Buona lettura.

P.S. L'immagine l'ho scelta io, non avendo tempo di illustrare personalmente la storia. 

Una storia di: Barbara


postata il 30 giugno 2004



Questa è fantasia, ma è reale al massimo perché è una mia fantasia vera, molto ricorrente. Ora ve la racconto, anche se nel racconto, il tipo di lavoro e il posto dove lo svolgo, è diverso da quello vero. 
Allora, ecco qui. 
Il mio capo è un ingegnere ed io gli faccio da segretaria tuttofare nello studio tecnico. Lui è un bell’uomo di trentacinque anni ed ha una moglie bellissima, con i capelli lisci color rame, lunghi e vaporosi, un fisico da indossatrice, con il seno piccolo ma sodo e ben proporzionato e due splendide gambe lunghe da gazzella: si chiama ******. Ogni tanto capita nello studio per dire qualcosa al marito. Io la guardo con un pochino di invidia, ma i nostri rapporti sono molto cordiali. Ad ogni modo il mio capo, pur avendo una moglie così bella, non sembra insensibile alle mie forme sinuose, e mi sono accorta che certi sguardi sono assai poco distaccati e professionali. La cosa naturalmente mi fa piacere, ma quando fantastico, non ce lo metto mai dentro. Per le mie fantasie ho bisogno di qualcuno che sia sconosciuto, con i lineamenti incerti, sfuggenti. Ogni volta che ho provato a dargli una faccia nota mi sono bloccata e la fantasia non è più andata avanti. 
Non sono molto elaborate le mie fantasie, no, anzi sono semplicissime, e tutto sommato abbastanza ripetitive. Ce n’è una in particolare che mi viene molto spesso quando sono in ufficio da sola, mentre il capo magari è uscito dicendo torno tra un’oretta. Ecco, sono quelli i momenti in cui più facilmente mi lascio andare. Allora mi allungo un po' sulla sedia, appoggiandomi allo schienale e standomene così seduta alla scrivania, nell’attesa di qualche nuovo cliente, incomincio a fantasticare: 
“I prossimi che arriveranno saranno degli scassinatori che verranno per cercare qualche carta segreta del capo. Entreranno d’improvviso con la pistola in mano, verranno da me chiedendomi di consegnare la chiave della cassaforte, poi, prima di mettersi a rovistare, faranno qualche commento volgare sulle mie forme, tireranno fuori da uno zainetto delle corde e io finirò a terra, nell’angolo, crudelmente legata mani e piedi e imbavagliata. Frugheranno in tutto l’ufficio lasciandomi immobilizzata, forse si arrabbieranno perché non troveranno quello che cercano, e allora se la prenderanno con me. ” 
Come avrete capito non sono complicate le mie fantasie erotiche. Semplicemente mi legano, quasi sempre con delle corde abbastanza grosse e soffici, con le mani dietro la schiena, e le caviglie e le ginocchia ben strette tra di loro. Quasi sempre, dopo avermi legata, mi imbavagliano. Però mai nessuno mi fa del male. Perlomeno, sono io che non considero male quello che mi fanno. Perché in effetti, se le cose dovessero avverarsi, non credo che la situazione sarebbe troppo piacevole. Comunque, quando c’è da immaginarsi quello che succede una volta che sono stata immobilizzata, la fantasia prende un suo corso abbastanza vario. 
Chissà perché sono sempre almeno in due che fanno irruzione nell’ufficio, ma poi forse uno se ne va oppure mi ignora e si mette a rovistare nei cassetti. L’altro rimane invece ad occuparsi di me, e a trattarmi o maltrattarmi secondo quello che sul momento decido che debba capitare. Però non riesco mai a immaginarne i contorni del viso, l’espressione, sicché tutto è sempre abbastanza irreale. 
Io provo sempre a fare un minimo di resistenza, o meglio a scappare, così ho la coscienza tranquilla: immagino me stessa con la bocca aperta e gli occhi spalancati per la sorpresa mentre il tizio si avvicinava minaccioso con le corde in mano. Quando mi alzo di scatto, forse la sedia cade indietro, per terra. Provo a fare qualche passo verso la porta, cercando di sfuggirgli, ma so che non c’è possibilità di evitare quello che sta per succedermi. Normalmente lui mi afferra rudemente per un polso, me lo torce dietro la schiena, poi mi afferra anche l’altro e mi lega le mani. La mia fantasia è molto minuziosa anche sui piccoli particolari. Mi lega sempre con i polsi incrociati, il sinistro sopra il destro, e probabilmente la corda è più lunga del necessario sicché ne avanza abbastanza per farle fare anche un giro intorno alla vita, bloccandomi i polsi contro la schiena. 
Ultimamente ho introdotto una variante, o meglio, un’aggiunta. Lega anche una corda davanti, più o meno in corrispondenza dell’ombelico, fissandola a quella che mi passa in vita, e la collega dietro ai miei polsi immobilizzati, facendola passare tra le cosce. La tira ben bene sopra le mutandine in modo che penetri davanti tra le labbra della figa, andando a premere contro il clitoride, e dietro si infili tra le chiappe fino a sfregare sul buco del sedere. 
Quando mi lega così immagino di poter aumentare e diminuire la pressione sui miei punti più sensibili semplicemente tirandola con le mani legate dietro la schiena. Ma poi finisce che mentre penso a questa complicata messa in scena, la fantasia sfugge al mio controllo e mi prende la mano. Probabilmente l’altro vede quello che il suo compare mi sta facendo e smette di rovistare nei cassetti per godersi lo spettacolo. Io non posso fare a meno di eccitarmi per quella corda dura e abbastanza grossa che mi sfrega contemporaneamente il clitoride e il buco del culo e così, anche senza volerlo, incomincio a dimenarmi e ad inarcarmi per cercare di aumentare la pressione e finisce che mentre loro mi guardano ridendo io, pur vergognandomi, non riesco a fermarmi e continuo a stimolarmi fino a raggiungere l’orgasmo. 
Ormai lo so, quando la mia fantasia si lascia andare su questa variante, le cose precipitano abbastanza in fretta e devo masturbarmi con foga raggiungendo il culmine fin troppo in fretta. Non è male, intendiamoci, ma si perde un po' nella durata, vengo troppo presto e la fantasia non ha più possibilità di sviluppo. In compenso la breve durata mi espone di meno al pericolo che un cliente bussi alla porta proprio mentre sono nel pieno della sgrillettata. Tutto sommato però, preferisco la situazione in cui si limita a immobilizzarmi senza stimolare direttamente il sesso. Così c’è tempo per tutto quello che viene dopo. 
Allora le cose vanno molto più lentamente. C’è tutto un rituale da seguire. Mi lega le caviglie e le gambe, sopra e sotto alle ginocchia, mentre la gonna a poco a poco scivola in su, lasciando vedere il bordo superiore delle calze di nylon e le giarrettiere di pizzo nero. Io mi contorco inutilmente e lui si eccita guardandomi le cosce scoperte e le mutandine. Probabilmente, mentre mi dibatto, la camicetta si apre su in alto, forse si slaccia un bottone mettendo in mostra il reggiseno a balconcino e la pelle bianca del seno. Allora lui si eccita ancora di più, ma, per il momento non mi tocca. Mi avvolge una corda intorno al busto, facendola passare sopra e sotto al seno. La tira per bene in modo che affondi nella morbida rotondità delle tette sode. 
Infine mi imbavaglia. 
Anche qui la fantasia procede minuziosamente. Da quando i due sono entrati nell’ufficio io quasi non ho aperto bocca, certamente non ho mai urlato, eppure il tizio mi imbavaglia. Forse per impedirmi di chiedere aiuto dopo che se ne saranno andati. 
Le prime volte mi legava soltanto un fazzoletto sopra la bocca, come spesso si vede nei film, anche se non serve assolutamente a niente. E’ una cosa soltanto coreografica, e si può benissimo parlare lo stesso, figuriamoci urlare. Senza contare che è facilissimo farlo scivolare via. 
Da un po’ di tempo quindi mi imbavaglia effettivamente. Prende dalla mia borsetta il fazzoletto e me lo ficca appallottolato tra i denti, poi ci fa passare sopra tre giri di un bel nastro di seta gialla che ha adocchiato nel cassetto semiaperto della mia scrivania, e che viene annodato dietro la nuca in modo che sia sufficientemente teso. Lo sento tirare sugli angoli della bocca. Vi confesso che il nastro ce l’ho messo davvero nel cassetto che tengo sempre un poco aperto, così lo vedo e serve apposta per dare maggior veridicità alle mie fantasticherie. 
La seconda parte della fantasia è meno precisa ma abbastanza ripetitiva: i due naturalmente mi lasciano lì così conciata e si danno da fare rovistando dappertutto. La cosa dura abbastanza per darmi il tempo di rendermi conto per bene della mia situazione di impotenza. Mi contorco cercando invano di forzare i nodi che mi tengono imprigionata, mordo il bavaglio lasciandomi sfuggire gemiti e sospiri. Nella foga la gonna scivola sempre più in alto mettendo in mostra i serici pizzi delle giarrettiere e delle mutandine mentre un altro bottone della camicetta si apre scoprendo le tenere rotondità delle mie tette strizzate dalla ruvida corda. 
Posso allungare a piacimento questa parte della fantasia mentre mi accarezzo seguendo l’onda del piacere che cresce dentro di me. Quando il momento è giusto, quello che mi aveva legato torna da me. E’ incazzato, perché non ha trovato quello che cercava, e allora si mette a toccarmi, infila una grossa mano ruvida tra le cosce tenute unite e strette dai legami, e mi infila un dito nella figa. 
Questa parte della fantasia è un poco più violenta ma mi piace moltissimo e, intanto che ci fantastico, le mie carezze diventano meno delicate mentre sento crescere l’eccitazione. Spesso lui mi slaccia completamente la camicetta, e mentre mi contorco inutilmente, afferra i seni con forza, li tira fuori dalle coppe del reggiseno e mi pizzica i capezzoli. Spesso si diverte ad appoggiare la canna della pistola sulla tenera carne oppure la muove in su e in giù nel solco tra le tette. Sento il metallo liscio e freddo che si fa strada sfregando la pelle morbida e delicata, e mi vengono lunghi brividi per tutta la schiena e la pelle d’oca. Imbavagliata, mi metto a gemere inutilmente. Ma i miei sono gemiti di piacere e quando infine lui mi punta la canna proprio sul capezzolo e spinge con rude pressione schiacciandolo, arrivo finalmente all’orgasmo. 
Come variante infila la canna fredda della pistola nella figa e la fa scorrere avanti e indietro, lentamente, premendo sul clitoride finché non vengo urlando di piacere nel bavaglio. 
A questo punto la visione si perde, giunta ormai alla sua conclusione. Qualche volta ho voluto indagare su cosa succede dopo che mi hanno costretto ad arrivare all’orgasmo. Ma è tutto molto vago. A un certo punto loro se ne sono andati e io sono rimasta sola, lasciata legata alla sedia o per terra, nell’angolo vicino al termosifone, con la camicetta aperta, il reggiseno slacciato e la gonna spinta in alto, quasi intorno alla vita. Ma non mi hanno fatto mai veramente del male. Non ho mai immaginato chi viene poi a liberarmi, anche se sospetto fortemente che il mio capo, rientrando in ufficio e trovandomi in quello stato, si precipiterebbe a slegarmi e a consolarmi della brutta (mica poi tanto) avventura. 
Fino a poco tempo fa non era mai successo che qualcuno di quei malviventi provasse a violentarmi. In effetti, quella canna della pistola che si infila nella figa e sfrega sul clitoride, tecnicamente dovrebbe essere una violenza, ma io non la considero così. Chissà perché mi pare che sia solo una stimolazione un poco più rude. Niente a che vedere, insomma, con un cazzo grande e grosso che ti penetra a stantuffo contro la tua volontà. 
Il fatto stesso che mi legano con le gambe unite e ben strette non permette altro che quelle rudi carezze che finiscono invariabilmente per farmi godere. 
Quello che fa crescere la mia eccitazione, e accompagna le carezze con cui alimento la marea che si gonfia dentro di me, è il fantasticare sul senso di costrizione delle corde e dei nodi, la situazione di impotenza, il bavaglio che mi riempie la bocca soffocando i gemiti, l’involontaria esibizione delle mie parti più intime e delicate agli sguardi arrapati di quei due e ai rudi palpeggiamenti che devo subire senza nessuna possibilità di difesa. 
Ultimamente però, ho introdotto alcune variazioni che cambiano considerevolmente la sostanza. Infatti mi sto chiedendo se non sia in atto in me una evoluzione che mi porti a voler sperimentare nella fantasia una più specifica violenza. 
Per farla breve, cioè, ho incominciato a immaginare che alla fine il tizio si apre i pantaloni, e mentre io lo guardo un po' affascinata e un po' inorridita, tira fuori il suo cazzo lungo e duro. Me lo tiene per un po' davanti agli occhi, grosso e pulsante, poi, dopo avermi tolto il bavaglio, me lo ficca in bocca. Io a quel punto non posso far altro che succhiarglielo per bene, e quando lui all’improvviso si tira indietro e viene, spruzzandomi lo sperma in faccia, sento gli schizzi caldi che colano giù per il collo e sul seno. E proprio in quel momento vengo anch’io, con tutti i muscoli tesi in un orgasmo megagalattico. 
Bene! Vi ho raccontato una mia fantasia, e non me la sono proprio inventata. È reale! Però il mio capo queste cose non le sa: e allora perché mi guarda sempre a quel modo? Questa mattina me lo stavo giusto chiedendo quando si è affacciato alla porta del mio ufficio dicendomi ciao Barbara, esco per un po', tornerò tra un’oretta. Allora mi sono allungata sulla sedia, appoggiandomi allo schienale e standomene così seduta alla scrivania, nell’attesa di qualche nuovo cliente, ho incominciato a fantasticare: 
“I prossimi che arriveranno saranno degli scassinatori che verranno per cercare qualche carta segreta del capo. Entreranno d’improvviso con la pistola in mano, verranno da me chiedendomi di consegnare la chiave della cassaforte, poi, prima di mettersi a rovistare, faranno qualche commento volgare sulle mie forme, tireranno fuori da uno zainetto delle corde e...



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