Katie, nascita e sviluppo (2)

Se un racconto western è fatto di pochi ingredienti, un racconto bondage ne ha ancora meno. Anche se avevo finito per appassionarmi al genere letterario western dopo aver mandato giù un bel po' di letteratura western, dal Elmore Leonard a Cormac McCarthy, da Loius L'amour a Gordon Shirreffs senza trascurare il nostrano Emilio Salgari, avevo finito per concludere che il selvaggio west non sarebbe mai pienamente entrato nelle vicende della mia Katie, limitandosi a fornire una cornice abbozzata e semplificata alle disavventure della nostra eroina.

Gli appassionati del genere bondage sono più interessati a sapere come sia stato confezionato un bavaglio, e quanto inutili siano i tentativi di liberarsi dai legacci. A noi nerd del bondage piace leggere di corde strette sul corpo che affondano nella carne, di ore trascorse in vincoli in attesa di qualcosa; ci piace anche pensare che alla nostra eroina la situazione dispiaccia, ma solo fino ad un certo punto. Si tratta di presupposti che richiedono una certa sospensione dell'incredulità, perché la realtà è assai meno romantica, e nessuno, al di fuori del proprio immaginario, vorrebbe mai vivere o far vivere una situazione così angosciante e violenta. D'altra parte avevo già dato abbastanza al mondo del bondage consensuale, fatto di comode camere da letto, legature erotiche, carezze e orgasmi. Volevo andare un poco oltre, e calare i personaggi in situazione di pericolo più o meno credibile. Avevo anche bisogno di seplificare alcuni passaggi, perché non ero abbastanza documentato per sapere con assoluta certezza se, per esempio, fosse possibile, in Arizona, dormire sopra una coperta senza patire il freddo. Ed è scontato che nessun essere umano può sopportare legature come quelle proposte nelle mie illustrazioni per più di un certo numero di ore, se non addirittura minuti. L'appassionato del bondage ama pensare che non ci sia una circolazione sanguigna da tenere a bada, oppure i crampi che minacciano di rendere l'esperienza un incubo. L'unico luogo in cui è possibile che Katie resti legata per tutta la notte senza accusare altro se non un sopportabile disagio, è il mondo dell'immaginazione. La qual cosa mi è anche congeniale, perché io sono sempre stato un bondager molto poco incline a mettere in pratica le fantasie.

Inoltre non volevo che il mio lettore saltasse interi paragrafi di descrizione di paesaggi desolati, solo per scegliere i passaggi più sapidi, un po' come quando nei film porno si manda avanti veloce una sequenza noiosa per arrivare al dunque. E d'altra parte, proprio il contesto avrebbe fornito, a mio avviso la giusta carica emotiva alle storie. Per come la vedo io, il bondage "letterario" ha bisogno di una storia, di un prima e di un dopo. Una illustrazione con una bella ragazza legata può essere bella da vedere, ma se ci si ricama un poco interno spiegando com'è finita in quella situazione e cosa le sta passando per la testa, ecco che l'illustrazione diventa qualche cosa di più. E risulta, almeno per me, ancora più eccitante.

E fondamentalmente la mia storia era una storia di crescita: la piccola Katie, fanciulla viziata e timorata di Dio, cresciuta in ambienti protetti come il ranch di famiglia e poi il collegio, non aveva mai realmente preso contatto con i propri turbamenti sessuali, reprimendoli proprio in virtù della sua forte educazione religiosa. Finiva suo malgrado per scoprirli quasi di colpo nell'attrazione funesta per il bel bandito che la minacciava; in seguito Katie avrebbe scoperto un poco alla volta, nel corso della sua prigionia, la propria inconfessabile natura masochista, senza tuttavia riuscire a spiegarsi a pieno la sua paura/attrazione per la frusta, l'abuso o le percosse. Intimamente Katie gode della sua condizione di prigioniera, ma non ha gli strumenti per decodificare questo suo piacere, lo fraintende e ciò la confonde. Arde di desiderio per Virgil, ma questo desiderio la fa sentire in colpa con sé stessa, e finisce per convincersi che l'essere stata rapita e tenuta alla corda per settimane, sia una sorta di castigo divino  al quale, di buon grado, non si sottrae. 

Nel diciottesimo episodio veniamo a sapere che Katie da giovane ha assistito ad una fustigazione pubblica ai danni di una ragazza indiana, e che quello spettacolo cruento le ha causato per molte notti un turbamento ambiguo e colpevole. A toglierle il sonno era soprattutto l'immaginare sé stessa al posto della squaw, nuda ed esposta al pubblico e il fatto che tale pensiero la eccitasse senza che lei osasse darsi sollievo. Non è una caso che, dopo il suo primo e malriuscito tentativo di fuga (episodio 4), Katie tema d'essere punita proprio con la frusta. Il pensiero di quel terribile strumento non l'ha mai più abbandonata, riposto in un angolino segreto del suo cuore. 

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